Se l’Europa vuole davvero chiamarsi Unione, deve superare la sterile visione nazionalista e scegliere la solidarietà
Ieri sera sono intervenuto in plenaria sul tema dell’accesso ai farmaci in un’Europa attraversata da guerre, tensioni geopolitiche e catene produttive sempre più fragili. Per me non è una questione astratta. Ho trascorso 35 anni della mia vita in sala operatoria e in terapia intensiva: quando manca un farmaco, il problema non è teorico, è drammaticamente pratico.
Negli ultimi anni molti Stati membri, soprattutto i più piccoli, hanno sofferto carenze di medicinali, anche essenziali. Questa fragilità nasce da una dipendenza eccessiva da produzioni lontane e da un’idea ancora troppo nazionale della sanità. Ma non può esistere una vera Unione europea se la salute dei cittadini non viene protetta nello stesso modo, ovunque vivano. Parlare di farmaci significa parlare di uguaglianza. Nessun cittadino europeo dovrebbe avere più o meno possibilità di curarsi in base al Paese in cui è nato.
Dobbiamo rafforzare la produzione europea, coordinare meglio gli acquisti e costruire una sanità fondata sul sostegno reciproco tra Stati membri. Perché i medicinali non sono un prodotto qualunque. Dietro ogni carenza c’è una persona che soffre, una famiglia che aspetta, un medico che prova a salvare una vita.
Se l’Europa vuole davvero chiamarsi Unione, deve superare la sterile visione nazionalista e scegliere la solidarietà
