21 maggio 2017
21 maggio 2017, Commenti: Commenti disabilitati su LA CHIUSURA DI MALAGROTTA E IL PIANO RIFIUTI A ROMA

In questi mesi si è scritto e detto moltissimo dei rifiuti a Roma, della pulizia della Capitale, del problema della “monnezza”, e si è spesso citato senza cognizione il piano rifiuti (ora cancellato) della Giunta Marino. Abbiamo letto o ascoltato spesso informazioni false che però, come tutte le affermazioni ripetute, rischiano di divenire credibili nell’immaginario delle persone. Si è arrivato a dire che, con la chiusura della discarica di Malagrotta, la mia Giunta non aveva predisposto un piano per assorbire la produzione di rifiuti della Capitale. E` vero il contrario, invece. Penso quindi che sia il caso, per chi non si accontenta delle “fake news”, di ripercorrere la storia del piano rifiuti, con alcuni dettagli.

LA CHIUSURA DI MALAGROTTA

Al momento della mia elezione, nel giugno 2013, Roma gestiva i rifiuti attraverso la più grande discarica d’Europa, situata nella tenuta di Malagrotta, all’interno della riserva naturale Litorale Romano. Malagrotta era una vera e propria bomba ecologica, una fonte costante di contaminazione e inquinamento, tanto che l’Unione Europea ne aveva già chiesto la chiusura entro il 31 dicembre 2007. Nei periodi estivi, con i rifiuti in decomposizione, l’area di Malagrotta diventava nauseabonda e la montagna d’immondizia era visibile a chilometri di distanza dal volteggiare di decine di migliaia di gabbiani. Uno scenario infernale.

Se al mio arrivo in Campidoglio, nel giugno del 2013, Malagrotta era ancora attiva, lo si doveva ad una serie di proroghe irresponsabili. Diventato sindaco, nei primi 100 giorni di governo, presi subito la decisione di chiuderla, predisponendo contemporaneamente un piano rifiuti, come del resto avevo annunciato in campagna elettorale.

IL PIANO RIFIUTI: RACCOLTA DIFFERENZIATA ED ECODISTRETTI

Il piano rifiuti dunque c’era, ed era molto serio, e sono certo che se ci avessero permesso di realizzarlo la situazione oggi per i romani sarebbe molto migliore. Venne elaborato dalla Giunta insieme al presidente dell’azienda comunale per la raccolta dei rifiuti (AMA) Daniele Fortini e al Direttore Generale Alessandro Filippi, e fu poi approvato, il 26 settembre 2015, dall’Assemblea Capitolina.

Con quell’atto, Roma decise di affidare all’AMA il servizio di gestione dei rifiuti urbani ed i servizi di igiene urbana fino al 2029, ma a condizioni profondamente diverse dal passato. Condizioni che furono ostacolate dai partiti al punto che sino all’ultimo non fui sicuro che sarei riuscito a farle approvare con il voto dell’Assemblea Capitolina.

Grazie a quel piano, per la prima volta, si prese nella nostra Capitale la decisione di realizzare la “democrazia dei rifiuti”, superando la dipendenza decennale da un monopolio privato e restituendo a Roma la ricchezza che, fino al mio arrivo, finiva quotidianamente a Malagrotta. Un’azione, la nostra, che avrebbe determinato una riduzione dei costi, e quindi della tariffa rifiuti pagata dai cittadini, di oltre 55 milioni di euro.

L’obiettivo di portare in sicurezza la gestione dei rifiuti si basava su due linee principali. Anzitutto: bisognava portare la raccolta differenziata al 70% entro il 2018. Va detto che nel 2015 la avevamo portata oltre il 41%, partendo dal 23% dell’inizio 2013. Purtroppo, oggi la città è ancora ferma al nostro traguardo di due anni fa. Il secondo asse fondamentale del nostro piano si basava sulla realizzazione degli “ecodistretti”, per la trasformazione in ‘prodotto industriale’ di tutti i rifiuti raccolti. Per realizzarli, avevamo previsto oltre 300 milioni di euro di investimenti.

UN CAMBIAMENTO RADICALE PER AMA

Stabilimmo quindi di dotare AMA delle risorse necessarie ma, al tempo stesso, di imporle un profondo cambiamento nell’efficacia e nell’efficienza dei servizi resi, indicando come misurarli e verificarli, municipio per municipio, con l’intervento di veri auditor esterni e la possibilità di gare a cui potessero partecipare i privati, ove il pubblico non fosse stato all’altezza.

Se ci avessero consentito di portare a termine il nostro mandato e di realizzare questo piano, Roma avrebbe finalmente chiuso il ciclo dei rifiuti urbani nel proprio territorio, massimizzando l’autosufficienza degli impianti industriali di AMA, in un’ottica di sostenibilità ambientale ed economica.

AMA si sarebbe dotata di un nuovo modello organizzativo, disegnato sulle diverse esigenze di ogni singola area della Capitale in termini di raccolta e livelli di servizio. Il nostro piano rifiuti prevedeva anche un sostanziale miglioramento del servizio di pulizia della città attraverso il rinnovo della flotta veicoli (144 milioni di euro di nuovi investimenti). Il tutto continuamente monitorato elettronicamente grazie all’implementazione delle tecnologie digitali che avevamo acquisito per offrire ai cittadini in tempo reale visibilità sui livelli di servizio erogati.

Ma come sarebbe stato possibile trasformare AMA in un’azienda agile ed efficiente? Il piano approvato dall”Assemblea Capitolina nel settembre 2015 partiva in realtà da una trasformazione già in atto in AMA sin dai primi mesi di lavoro della mia Giunta. Liberare AMA da ogni condizionamento era uno degli obiettivi che sin dall’inizio stavamo ostinatamente mettendo in atto con la mia Giunta, in particolare con l’assessore Estella Marino. E i risultati cominciavano a vedersi, nonostante le resistenze che trovai ancora una volta nella partitocrazia, per esempio quando volli sostituire il gruppo dirigente con manager scelti non sulla base delle tessere di partito o delle amicizie politiche, bensì con il mio tanto criticato metodo della competenza e del curriculum.

MENO COSTI, MENO SOLDI AI PRIVATI

Con il nuovo management, conseguimmo nel 2015, alla fine dei nostri 28 mesi di lavoro, una diminuzione dei costi di circa 40 milioni di euro, riappropriandoci di autonomia gestionale ed operativa, riavviando impianti fermi da anni (come quello per il trattamento del multimateriale a Rocca Cencia) e presentando le autorizzazioni necessarie per quelli nuovi (compostaggio di Rocca Cencia).

Per conseguire l’autosufficienza degli impianti iniziammo dalla riduzione dei fabbisogni di trattamento dei rifiuti indifferenziati, aumentando la quota di raccolta differenziata. Nello stesso tempo, lavorammo per il rafforzamento di altri impianti, con lo scopo di trasformare i rifiuti da un problema a una risorsa, un valore reinvestibile sulla città.

Un esempio concreto di successo su questo fronte fu quello del tritovagliatore di proprietà di un privato a Rocca Cencia .

Una storia che ha dell’incredibile.

A differenza di un impianto di trattamento meccanico-biologico (TMB) che effettua sui rifiuti indifferenziati un trattamento completo di separazione meccanica e stabilizzazione biologica, un tritovagliatore è solo un trituratore e un separatore di rifiuti, insomma “un frullatore di rifiuti”.

La struttura privata di Rocca Cencia era stata realizzata accanto all’impianto pubblico AMA , separata solo da una recinzione. L’imprenditore che ne è tuttora il proprietario si chiama Manlio Cerroni, e godeva allora di un vantaggio davvero eccezionale: mentre l’impianto pubblico dell’AMA non poteva superare le 750 tonnellate al giorno di rifiuti trattati, il tritovagliatore privato poteva arrivare ad oltre 1.000.

Il costo per AMA (e quindi per i Romani) per ogni tonnellata conferita al tritovagliatore privato era di 175 euro. In termini economici il frullatore di rifiuti privato incassava ogni giorno circa 175.000 euro di denaro pubblico. Una rendita economica enorme, pagata con i soldi dei cittadini romani.

Fu grazie al piano rifiuti che avevamo finalmente approvato che questa rendita venne finalmente interrotta nel febbraio del 2016, quando AMA riuscì ad emanciparsi dalla dipendenza del tritovagliatore privato e, quindi, dalla spesa di quasi 40 milioni di euro all’anno. Un risultato straordinario, possibile grazie alla crescita della raccolta differenziata ed alla messa a regime dell’impiantistica di proprietà pubblica, entrambe previste dal nostro piano rifiuti. E, per inciso, nonostante lo strano incendio occorso all’impianto TMB Salario nel giugno 2015 e al conseguente fermo imposto fino a novembre 2015.

I BENEFICI PER I CITTADINI E PER L’AMBIENTE

Liberare i romani dalla dipendenza dal tritovagliatore di Rocca Cencia non comportò solo un vantaggio economico, ma anche un evidente beneficio ambientale. Grazie al non utilizzo di quell’impianto, l’area di Rocca Cencia venne alleggerita di 1.000 tonnellate di rifiuti al giorno, che da quel giorno in poi non arrivarono più in quel quadrante di Roma.

In poche parole, AMA e Roma potevano risparmiare e i cittadini di Rocca Cencia non venivano più sottoposti al via vai quotidiano di oltre 140 mezzi pesanti tra compattatori e bilici.

Incuriosisce il fatto che nessuno ne parlò.

IL TRITOVAGLIATORE MOBILE DI AMA

Ma questo non è tutto.

Il nostro piano rifiuti non contemplava solo la riduzione del trasferimento dei rifiuti su quel quadrante della città, ma anche il ben più ampio progetto di recupero dell’intera impiantistica e logistica di Rocca Cencia e nella sua riconversione in un moderno Ecodistretto.

Nel 2014, infatti, anche AMA era riuscita a dotarsi di un proprio tritovagliatore. Non un impianto strutturale, ma una macchina mobile e flessibile, adeguata in termini di potenzialità (circa 300 tonnellate giorno) e con l’obiettivo di servire in emergenza muovendosi sul territorio dove necessario.

E così accadde nella primavera del 2015 quando il funzionamento del tritovagliatore di proprietà pubblica garantì ad AMA il superamento di una criticità nella gestione rifiuti, facendo risparmiare circa 50.000 euro al giorno.

L’investimento iniziale si era ripagato in una settimana.

Quello che fu definito “il giocattolo di Marino” sarebbe quanto mai utile anche oggi, se venisse riattivato, per superare i picchi di trattamento quando gli impianti strutturali sono congestionati garantendo una città più pulita e una riduzione dei costi.

Incomprensibilmente nelle scorse settimane non è stato fatto e i risultati, purtroppo, si sono visti.

I RICAVI DAL RICICLO DELLA CARTA

La crescita nella raccolta differenziata del nostro piano rifiuti fu accompagnata anche da un incremento significativo dei ricavi grazie alla valorizzazione economica dei materiali raccolti: ad esempio è da raccontare la vicenda della carta. Fino al 2015 l’AMA, secondo un affidamento del servizio ereditato dalle precedenti Amministrazioni, per ripulire dalle frazioni estranee e avviare a riciclo il materiale contenente cellulosa, spendeva almeno 1.300.000 euro all’anno.

Ebbene, l’apertura al mercato, resa possibile dal bando che sulla base del nostro piano rifiuti venne pubblicato, consentì all’AMA di ricavare dal trattamento della carta ben 1.700.000 euro, con un beneficio economico complessivo per Roma pari a circa 3.000.000 di euro all’anno.

LA GEOLOCALIZZAZIONE DEI MEZZI AMA

Anche sul fronte della gestione della raccolta e dello spazzamento il nostro piano rifiuti determinò un profondo cambiamento.

A luglio 2015, dopo non poche resistenze, la flotta mezzi di AMA venne “geolocalizzata”: su ogni mezzo venne montato un congegno che consentiva all’azienda di conoscere in ogni momento i suoi spostamenti e di raccoglierne i dati.

Era l’inizio di un cambiamento epocale: l’innovazione tecnologica avrebbe consentito di migliorare gli standard di sicurezza nell’esecuzione dei servizi e garantire la misurabilità dei risultati.

I dati raccolti furono messi a disposizione dei cittadini per seguire in tempo reale lo svolgimento dei servizi e l’esito delle loro segnalazioni.

La politica della ‘nuova AMA’ era fortemente orientata all’aumento dei livelli di trasparenza, con possibilità per gli utenti di accedere via web a dati giornalieri sulle attività e servizi svolti dall’azienda.

Anche di questo progetto non si è mai parlato e anzi se ne sono perse le tracce.

I NUOVI CASSONETTI

Come peraltro dei nuovi cassonetti.

Negli anni precedenti al lavoro della nostra Giunta, AMA aveva sottoscritto un contratto di circa 48 milioni di euro per il servizio full-service a Roma di 28.000 cassonetti, noleggiandoli per cinque anni con un costo di circa 1.700 euro a cassonetto.

I cassonetti non erano di AMA e, a fine noleggio, tornavano al fornitore.

Nel nostro piano rifiuti non ci convinse la logica di una scelta che non incrementava il valore dell’AMA e riduceva la sua capacità di controllo su un elemento strategico per la gestione dei rifiuti come il cassonetto.

Nel corso del 2015 superammo quindi il precedente contratto e bandimmo una gara per l’acquisto di 47.500 cassonetti nuovi, aggiudicata con un costo per cassonetto di circa 700 euro: 1000 euro in meno a cassonetto rispetto al passato.

A oggi non c’è notizia dell’utilizzo di questi cassonetti che consentirebbero di ripristinare qualità nella raccolta stradale, sanando situazioni fatiscenti e inadeguate e restituendo a Roma il giusto decoro. Addirittura, i media hanno scritto che è stata ventilata la possibilità di annullamento della gara stessa vanificando i risparmi che avrebbe determinato.

LE RESPONSABILITÀ DELLA REGIONE LAZIO

Una parola, infine, senza polemica, sulle responsabilità della Regione Lazio, i cui impianti sono inefficienti e hanno bisogno di manutenzione. Ricordo bene le tante volte che, nei 28 mesi di governo della nostra Giunta, ho insistito personalmente e ripetutamente affinché il sistema impiantistico di proprietà della Regione Lazio venisse riparato e reso più efficiente con un investimento di ACEA che non gravasse sulle tasse dei cittadini. Ricordo come ACEA si fosse resa disponibile. E ricordo anche come, dal 2014 al 2015, ogni tentativo si è arenato sulle scrivanie della burocrazia regionale.

PERCHÉ IL PIANO RIFIUTI NON VIENE REALIZZATO?

Oggi si ha la sensazione che si sia di nuovo fermato tutto. Sembra di essere tornati ai tempi di Malagrotta, quando dominava l’inerzia e la discarica continuava ad appestare Roma senza che nessuno facesse nulla. L’immobilismo attuale impedisce l’attuazione di un piano rifiuti che c’è, esiste, è a disposizione dell’Amministrazione ed è pronto per essere messo in atto. Un piano che consentirebbe senza alcun dubbio, attraverso una rete di impianti pubblici e non arricchendo i soliti privati, di mettere in sicurezza la gestione dei rifiuti nella Capitale d’Italia.

Per concludere: la soluzione per i rifiuti di Roma esiste e da tempo. Non è vero che non sia possibile garantire efficienza ed economicità gestionali; non è affatto inevitabile la migrazione dei rifiuti fuori dalla Regione Lazio con i relativi costi economici e ambientali di trasporto.

Ogni giorno perso per affrontare seriamente il problema rifiuti a Roma può giovare ad alcuni, sicuramente non a Roma e ai Romani.

 

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