1 aprile 2017
1 aprile 2017, Commenti: Commenti disabilitati su CAMION BAR: UNA BATTAGLIA VINTA

La nostra battaglia era giusta: i camion bar non devono sostare dinanzi alle bellezze di Roma. Il Tribunale di Roma ci ha dato ragione, archiviando il procedimento penale che era stato aperto contro di me a seguito della presentazione di ben 25 (venticinque!) denunce-querele. Oggi non sono più sindaco, ma sono orgoglioso di aver contribuito a liberare molte fra le aree più belle della mia città dalla presenza invasiva e proterva di queste strutture mobili. Ecco la dettagliata ordinanza con la quale, il 30 marzo 2017, dopo due anni di lavoro, il Giudice per le Indagini preliminari (Gip) del Tribunale di Roma ha disposto l’archiviazione del procedimento penale:

https://www.dropbox.com/s/xnhr8oyx8zu85kd/ARCHIVIAZIONE%20CAMION%20BAR%2030-3-17.pdf?dl=0

Il provvedimento del Gip di Roma è un riconoscimento fondamentale della nostra battaglia per liberare Roma dalla presenza soffocante dei camion bar nelle aree di pregio. Quando diventai sindaco, nel 2013, capii immediatamente che quello era un problema non solo per il turismo, ma anche per i cittadini, per il decoro, per la dignità dell’offerta culturale che la storia di Roma ci chiamava a tutelare e custodire. Da circa cinquant’anni, camion bar e bancarelle occupavano lo spazio antistante al Colosseo e altri spazi che fanno dell’archeologia e dell’architettura di Roma una delle mete turistico-culturali più importanti del mondo.

L’emblema di questa incredibile situazione era il monumeto più famoso di Roma: il Colosseo. Migliaia di cittadini e di turisti escono ogni giorno dalla metropolitana davanti a quel meraviglioso monumento, trovandosi davanti un’immagine che toglie il fiato. Eppure, il secondo monumento più visitato a Roma dopo San Pietro, ancora al momento della mia elezione, era utilizzato come la più grande rotatoria spartitraffico della Capitale. Il transito quotidiano di quarantamila automobili e moto, la presenza dei camion bar e delle bancarelle, i gas di scarico, il rumore dei motori e i clacson stonavano con la solennità e la struggente bellezza dei monumenti. L’impegno che avevo preso in campagna elettorale era semplice ma certamente storico: realizzare la pedonalizzazione di via dei Fori Imperiali e proibire la presenza dei camion bar per riqualificare l’intera area archeologica centrale. Era il grande disegno indicato nel 1887 da Guido Baccelli, portato avanti poi nell’epoca giolittiana e più recentemente da Giulio Carlo Argan e Adriano La Regina. Ne parlavano e scrivevano tutti da sempre: non proprio un’idea nuova, ma nessun sindaco l’aveva realizzata.

Agimmo per gradi.

Il primo passo fu verificare con quale diritto i camion bar stazionavano in quelle aree. Guardando i monumenti di Roma molte volte mi ero chiesto: ma com’è stato possibile collocare bancarelle e camion bar proprio lì davanti? E quanto pagheranno per vendere panini e magliette dei calciatori sotto il Colosseo, a Trinità dei Monti, ai Fori Imperiali o a piazza del Popolo?

La risposta fu tanto semplice quanto sconcertante: un camion bar, uno di quelli che per anni e anni tutto il mondo ha visto in tante cartoline o passeggiate in centro, al nostro insediamento, nell’estate 2013, pagava tre euro al giorno di tassa per l’occupazione del suolo pubblico. A fronte di un guadagno stimato di due o tremila euro al giorno. Un canone irrisorio, neanche lontanamente immaginabile da chi, per svolgere un’attività commerciale simile, affitta un locale. Uno schiaffo in faccia alla città e ai negozianti.

Nel nostro primo bilancio, nel 2014, decidemmo quindi una revisione delle tariffe, con aumenti distinti, settore per settore. La proposta che illustrai in Giunta era di passare da tre a trenta euro al giorno, ovvero meno di mille euro al mese, per chi arrivava a fatturarne quasi centomila. Certamente non un aumento da capogiro, ma almeno una cifra più adeguata proprio in virtù delle collocazioni in aree di pregio di attività tanto remunerative.

La delibera svolse il suo iter, ma una volta avviata la discussione finale in Consiglio comunale, come spesso è avvenuto con il Partito Democratico romano, apparve una “mediazione” presentata dai consiglieri Francesco D’Ausilio e Orlando Corsetti, entrambi del Partito Democratico, insieme a Marco Pomarici del partito di Matteo Salvini e Giordano Tredicine, capogruppo di uno dei partiti della destra berlusconiana, poi arrestato nell’operazione Mafia capitale.

La proposta bipartisan era di passare da tre euro al giorno a nove, invece che trenta come io avevo indicato. Una mediazione, o meglio una riduzione, concordata tra un piccolo gruppo di consiglieri di destra che, insieme al Partito Democratico romano, si fece portavoce di una vera e propria “maggioranza destra-sinistra” come spesso era capitato a ogni rivendicazione corporativa di alcune categorie per difendere trasversalmente vecchi privilegi. La stessa maggioranza trasversale, destra-sinistra, per intenderci, che si sarebbe riformata davanti al notaio nell’ottobre del 2015, obbedendo supinamente all’ordine di dimettersi per farmi decadere.

Ma torniamo ai camion bar. Quel voto del Consiglio comunale, per ridurre loro le tasse, contrario all’indirizzo della mia Giunta e al buon senso, fece esplodere una protesta sui blog e sui social network: moltissimi attaccarono il Partito Democratico, accusandolo di consociativismo con la destra a favore dei proprietari delle licenze. Un regalo dei partiti, del Partito Democratico e della destra, scrivevano in tanti. Ma il regalo non fermò le famiglie proprietarie dei camion bar, che fecero comunque ricorso al TAR, perché ritenevano che un canone di nove euro al giorno per vendere prodotti alimentari nelle zone più pregiate della Capitale d’Italia, con un ritorno di migliaia di euro, fosse comunque eccessivo.

Il TAR, nella sentenza del 3 settembre 2015, dette loro torto: “Il Collegio non rileva, all’esame esogeno dell’esercizio della discrezionalità amministrativa, profili di macroscopica illogicità/irragionevolezza/sproporzionalità nella determinazione delle maggiorazioni. I canoni precedenti erano obiettivamente irrisori e, probabilmente, fonte anche di responsabilità amministrative mentre i nuovi canoni appaiono più in linea con il valore economico delle aree oggetto di concessione. Né l’aumento in parola si appalesa contraddittorio rispetto alle intenzioni dell’Amministrazione di ridurre l’occupazione delle aree nei centri di maggiore pregio della Città”.

Canoni irrisori, che da anni erano tali. Che avrei voluto ulteriormente rivedere attribuendone, via per via e piazza per piazza, l’effettivo valore commerciale. Ma questa logica innovazione trovò resistenze di ogni tipo. Nonostante la mia volontà, alle richieste di approfondimenti seguirono altri approfondimenti, altre dilazioni, e il progetto rimase sulla carta. L’avremmo dovuto approvare con il bilancio 2016, ma il Partito Democratico e le destre, com’è purtroppo ben noto, ci fermarono prima.

Ma la battaglia più importante era spostare i camion bar dalle aree di maggior pregio della città. Fu una battaglia lunga e tortuosa, a causa di leggi nazionali, regionali e comunali che, di fatto, non consentivano di procedere. Quando fui eletto, trovai infatti come eredità, nelle leggi della Regione Lazio, il principio della cosiddetta “equivalenza economica”. Ovvero: se ti tolgo dal Colosseo ti devo ricollocare in un’area equivalente dal punto di vista economico-commerciale. Una condizione paradossale, perché è ovvio che nessun luogo di Roma è equivalente al Colosseo, fatta eccezione per la basilica di San Pietro e forse piazza di Spagna. Per questo, a pensar male, si potrebbe immaginare che le leggi fossero state scritte apposta per agevolare chi commerciava e faceva profitto e non per proteggere la bellezza dei monumenti.

Ma io ero deciso ad andare avanti. A ogni riunione con i miei uffici perdevo la pazienza perché mi sembrava assurda l’impotenza del sindaco di Roma di fronte ad un singolo operatore economico. Non intendevo danneggiarli, non odio gli imprenditori onesti, anzi, li volevo aiutare a creare maggiori posti di lavoro, ma volevo anche conciliare il loro lavoro con l’esigenza di riportare decoro ed eleganza nei luoghi più belli del mondo.

Definimmo quindi regole nuove che, partendo dalla necessità di tutelare il nostro patrimonio culturale e monumentale, stabilissero quali zone fossero compatibili con il commercio su area pubblica. Un’impostazione poi confermata dal decreto del Governo “Art Bonus”, che, approvando un articolo di legge studiato da Massimo Bray, ministro dei Beni Culturali del Governo Letta, prevedeva proprio che i Comuni potessero dialogare con le Soprintendenze per individuare le aree delle città che, per valore storico e monumentale, non siano compatibili con bancarelle, camion bar, ma anche edicole e tavolini. Il lavoro fu lungo e meticoloso. A luglio 2014 approvammo in Giunta i primi provvedimenti, che indicarono quali spostamenti fossero necessari per i camion bar.

Poi, finalmente, arrivò il grande giorno. Il 10 luglio 2015 riuscimmo a realizzare qualcosa che a Roma non era mai stato fatto: Colosseo, via dei Fori Imperiali, piazza Venezia e piazza del Popolo liberati per sempre da banchi e camion bar. A Trinità dei Monti e piazza di Spagna – resa pedonale anche quest’ultima – solo i fiorai. Avevo detto: anche la signora Maria di Tor Bella Monaca ha il diritto di vedere il Colosseo come l’ha visto Barack Obama. Quel giorno, l’impegno con Roma era diventato realtà.

La reazione non si fece attendere: il 23 luglio venni denunciato alla Procura della Repubblica. Al tempo stesso venne richiesto al TAR di sospendere il mio provvedimento. Il TAR riconobbe la correttezza del nostro lavoro. Allora i proprietari dei camion bar manifestarono per alcuni giorni sotto le finestre degli uffici comunali bloccando il traffico. Anche questa volta i partiti remarono contro e chiesero di convocare la Commissione Commercio per proporre di ricollocare i camion bar sui percorsi del Giubileo della Misericordia, quindi nelle stesse strade del centro da dove li avevo allontanati. L’impostazione proposta dai partiti politici voleva che queste attività non si dovessero adattare alla città, ai suoi spazi, alla presenza di monumenti, ma viceversa fosse la città a doversi adattare a camion bar e bancarelle.

Io non conosco i motivi di tanta devozione di molti politici verso queste attività commerciali e voglio rifiutarmi di credere ai pettegolezzi che li indicano come pagati in nero durante le campagne elettorali. In ogni caso la nostra determinazione non ebbe momenti di esitazione. Anzi, il gioco di squadra che facemmo con gli assessori, la professionalità degli uffici coinvolti, con dirigenti comunali straordinari, il coordinamento con l’avvocatura e il lavoro meticoloso per la preparazione degli atti e delle memorie di difesa al TAR ci permisero di scrivere una pagina nuova per la città.

Questa è quindi la storia di una vittoria di Roma. Ed è la conferma che un’Amministrazione può, se lo vuole, tutelare i propri monumenti. Ma è anche un monito, uno stimolo ad andare avanti: in altre occasioni ho potuto constatare quanto discelte decise nell’interesse della città non siano proprio una passeggiata. Gli interessi che vengono colpiti in nome dell’interesse generale sono forti, radicati, ben collegati con la politica. E non si fanno molti scrupoli. Nel 2015 mi vennero anche spedite delle pallottole. Nella prima missiva trovai proiettili calibro nove e nella seconda vennero inserite cartucce P38 special, accompagnati da un avvertimento molto chiaro e diretto: “Fermati nel contrasto all’abusivismo che c’avemo da campa oppure con le prossime ti buchiamo, sappiamo dove sei e dov’è la tua famiglia”.

 

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